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Il Museo Irpino, principale polo museale in provincia di Avellino, ospita collezioni archeologiche e storiche, la Pinacoteca provinciale, il Lapidario, la sezione presepiale, oltre a giardini, spazi didattici, una bibliotecata specialistica, sale per mostre e un auditorium per convegni.
Si divide tra la storica sede di Corso Europa, dove è allestita la Sezione archeologica, e il Complesso monumentale dell’ex Carcere Borbonico, architettura polivalente e sede di attività culturali ed espositive.

 


SEZIONE ARCHEOLOGICA

La collezione, nata nella seconda metà del XIX secolo, a seguito della donazione della collezione di antichità dell’avvocato Giuseppe Zigarelli al Comune di Avellino, si è arricchita nel corso degli anni, grazie a ulteriori acquisizioni di materiali provenienti da scavi condotti in diverse aree del territorio irpino per conto della Soprintendenza Archeologica.

Il Museo offre una vasta e ricca documentazione sulle varie fasi di insediamento in Irpinia, dall’età preistorica fino alla tarda età romana, ed è diviso in nove sale, ognuna dedicata a un’area di provenienza, compresa la stessa collezione Zigarelli.

Tra i nuclei più interessanti vi è senza dubbio quello dedicato alla divinità italica Mefite, il cui santuario era localizzato nella Valle d’Ansanto meta di pellegrinaggi e di offerte a partire dal VI secolo a. C. Il reperto che maggiormente colpisce i visitatori della sala è lo Xoanon (statua di divinità) in ligno rinvenuto nel torrente adiacente al lago di gesso e metano che sorgeva ai piedi del santuario. Il corpus di materiali che l’area della Mefite ha restituito è variegato e copre un arco cronologico di circa cinque secoli, dall’età italica, testimoniata da una bella statuetta votiva in terracotta raffigurante una donna in tipico abbigliamento sannitico, alle tavolette fittili con scene votive databili all’età imperiale augustea.

L’edificio di Corso Europa, di architettura neo-razionalista, è stato progettato dall’architetto Francesco Fariello, vincitore di un concorso nazionale di idee nel 1955. La struttura, come ancora oggi testimoniato dal giardino annesso, sorge nel sito un tempo occupato dall’Orto Botanico di età borbonica, inaugurato il 31 luglio del 1850 per volontà della Real Società Economica di Principato Ultra.
Il Museo Archeologico occupa l’intero piano terra dell’edificio, per una superficie complessiva di circa 2000 mq, compreso il cortile interno, e sorge in una struttura multifunzionale, all’interno della quale convivono altri servizi al pubblico, quali Biblioteca Provinciale, Mediateca Provinciale, Emeroteca e Centro Rete.

 


BIBLIOTECA ARCHEOLOGICA

Il Museo Irpino ha una Biblioteca tematica archeologica, sezione distaccata della Biblioteca Provinciale, che arppresenta una risorsa culturale di notevoli proporzioni, ricca di spunti scientifici, didattici e divulgativi. La Biblioteca, recentemente interessata da un lavoro di inventariazione, è costituita da circa 1000 volumi tra monografie, enciclopedie e periodici. Inoltre, conserva un notevole archivio fotografico dei materiali conservati nel Museo Irpino e un prezioso corpus documentario archivistico del Museo stesso, costituito da inventari e registri di ingresso originali della collezione Zigarelli, dei materiali confluiti nel Museo tra gli anni ’20 e ’30 del XX secolo e documenti di archivio di epoche diverse relativi alla formazione della collezione museale.

 


COMPLESSO MONUMENTALE EX CARCERE BORBONICO

Silenzioso protagonista del paesaggio urbano e testimone di secoli di storia, il Carcere Borbonico di Avellino è una delle opere architettoniche più imponenti di tutta l’Irpinia.

Le sue origini risalgono ai primi anni dell’Ottocento, quando la città divenne capoluogo dell’antica provincia di Principato Ultra, conoscendo una profonda trasformazione urbanistica, architettonica e sociale. Fu in quel periodo che il trasferimento dei tribunali civili e penali ad Avellino evidenziò la mancanza di un carcere adeguato, portando alla decisione di costruire un nuovo edificio lungo la via che portava a Napoli, in un’area chiamata “Campo di Marte” perché già utilizzata per le esercitazioni militari.

Il progetto dell’architetto De Fazio era chiaramente ispirato alle teorie dell’inglese Jéremy Béntham, che nell’opera del 1791 intitolata “Panópticon” aveva proposto un modello di carcere particolarmente innovativo per l’epoca. L’idea di base era che la forma dell’edificio, con una torre centrale dalla quale partono a stella i cinque bracci, avrebbe consentito a un solo guardiano di osservare tutti i prigionieri in ogni momento. I detenuti, a loro volta, sapendo di poter esser sempre controllati, avrebbero osservato la disciplina e mantenuto l’ordine.

L’imponente complesso architettonico si distingue per la sua pianta esagonale caratterizzata da cinque padiglioni, tre destinati alla detenzione maschile, uno a quella femminile e il quinto all’infermeria, più una palazzina che ospitava gli uffici del direttore del carcere.

 


IL MUSEO IRPINO DEL RISORGIMENTO

La sezione risorgimentale nacque nel 1970 grazie al prof. Fausto Grimaldi, che raccolse materiale documentario, manoscritto e stampato dal 1799 al 1915, insieme a cimeli e ritratti dei personaggi irpini che presero parte al lungo processo che condusse all’Unità d’Italia. Il materiale era ospitato al primo piano del complesso culturale di Corso Europa, già sede del Museo Irpino e della Biblioteca Provinciale. Alla fine degli anni novanta la sala che ospitava il museo fu riconvertita per ospitare la Mediateca Provinciale e tutto il materiale fu spostato nei depositi della struttura.

La nuova sezione risorgimentale, riallestita nel 2011 nei locali dell’ex Carcere Borbonico, è attualmente costituita da circa 328 reperti. Oltre a cimeli, dipinti, armi, uniformi, bandiere, croci, medaglie oggetti dei patrioti vari, il materiale più consistente esposto è quello documentario, quali decreti regi, opuscoli, giornali, bilanci, programmi elettorali, lettere, manoscritti. La maggior parte della documentazione proviene da quattro archivi principali: Barra, Capozzi, Trevisani e Pironti; il materiale documentario è di proprietà della Biblioteca Provinciale di Avellino, mentre il restante proviene da donazioni sporadiche.

 


I DEPOSITI

Recentemente aperti al pubblico, sono sistemati all’interno del Complesso Monumentale dell’ex Carcere Borbonico.

I materiali archeologici conservati hanno per larga parte provenienza uguale ai reperti attualmente esposti nella sezione archeologica. Notevole è tra questi il nucleo di reperti dall’area della Mefite e, più in generale della Valle d’Ansanto, nel territorio compreso tra i comuni di Rocca San Felice e Villamaina. Di altrettanta entità sono i materiali provenienti dagli scavi della città romana di Aeclanum, quali in particolare frammenti di intonaci dipinti che decoravano le case private dei cittadini aeclanesi.

Oltre al materiale più strettamente archeologico, i depositi conservano altri nuclei di materiali di notevole interesse artistico e demoetnoantropologico, tra cui  le ceramiche realizzate dall’Istituto d’Arte di Avellino tra la fine del XIX secolo e gli inizi del XX secolo e la Collezione Salomone, una raccolta di oggetti di varia natura e provenienza donati al Museo Irpino il 19 gennaio del 1935 da Giuseppe Salomone, colonnello medico di Marina a riposo. Si tratta di oggetti acquisiti durante i numerosi viaggi ed è costituita da statuette, vasi, tazzine e piattini di manifattura orientale del XIX secolo, cimeli vari risalenti alla prima e seconda guerra mondiale, statuette e vasi del X-XII secolo appartenenti alle antiche culture peruviane Chimù e Chancay.

 


IL LAPIDARIO

La ricca raccolta, esposta in parte lungo i corridoi del Museo Archeologico e in parte nell’ampio cortile esterno dell’ex Carcere Borbonico, è costituita da epigrafi, per la maggior parte, sepolcrali, ma non mancano iscrizioni onorarie, a carattere sacro, quelle relative a opere pubbliche e, ancora, firme, sigle e contrassegni. Tra le opere pubbliche, ad esempio, si trova testimonianza epigrafica della costruzione di un porticus ad Aeclanum e di lavori di manutenzione sulla via Traiana. Tra le steli funerarie, interessante è quella dedicata a M. Pomponio Bassulo, scritta in senari giambici, secondo uno stile chiaramente ispirato a quello del poeta Orazio. La cronologia dei reperti è ampia, si parte dal I secolo a.C. per arrivare a steli funerarie di età medievale, come l’imponente stele di Luigi di Sus.

 

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